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08/04/2020

Non abbiate paura, le tenebre non hanno vinto la luce!

Lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori

in occasione della Santa Pasqua 2020

Carissimi fratelli e sorelle,

che Cristo, il Vivente, vi doni la sua Pace!

Quest’anno, la celebrazione della Pasqua avrà come scenario un mondo traumatizzato dalla diffusione del nuovo Coronavirus. Centinaia di migliaia di persone sono infette; decine di migliaia sono morte; molte di più saranno vittime prima che si possa sviluppare un vaccino efficace. Non possiamo nemmeno iniziare a parlare dell’impatto di questo virus sulla vita economica locale, regionale e globale. La disoccupazione sta aumentando rapidamente, le famiglie devono già prendere decisioni nette su quali pasti possono permettersi di mangiare e a quali devono rinunciare. E come se non bastasse, il virus si sta ora diffondendo in paesi dell’Africa e dell’Asia dove gran parte delle infrastrutture sanitarie non sono sufficientemente attrezzate per accogliere coloro che si ammaleranno gravemente.

In questo cammino, Cristo Risorto si fa vicino ad ognuno di noi, illuminandoci con la sua Parola e riaccendendo nei nostri cuori il fuoco del primo amore: “Non ci ardeva forse il cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24, 32). Questo testo sulla risurrezione serve come un potente richiamo all’amore, alla misericordia e alla vicinanza del nostro Dio in tutti i momenti della vita, soprattutto nei momenti in cui la stessa vita umana è minacciata. È proprio lì che il Signore Gesù fa per noi quello che ha fatto per i due seguaci che si incamminavano verso Emmaus con il cuore spezzato, la mente confusa e le speranze infrante. Ciò di cui erano stati testimoni a Gerusalemme era troppo travolgente per poterlo accettare.

Senza essere riconosciuto, Gesù gli raggiunge nel loro cammino, chiedendo loro di parlare di ciò che li preoccupava. “Di cosa parlate mentre camminate?” (Lc 24,17). Questa domanda è più di una semplice richiesta di informazioni sull’attualità. Gesù apre una via d’ascolto, permettendo così ai due seguaci di puntare su ciò che li preoccupava veramente: le tenebre e la disperazione che gli orribili eventi della crocifissione avevano portato nella loro vita. “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?” (v. 18) Oltre a ciò che si potrebbe dire da un punto di vista biblico ed esegetico, la domanda posta da questi due uomini tocca il senso più profondo della solidarietà umana. Non sapere può a volte essere equiparato al non voler sapere. Papa Francesco la chiama cultura dell’indifferenza. Quando si conosce la verità su qualcosa, si è obbligati ad agire in un modo molto diverso, ad impegnarsi a fare ciò che è necessario e giusto per rispondere ai bisogni emergenti e vivere una vita coerente. Questa è la natura della conversione: ci chiama a svegliarci e a mettere ordine nella nostra vita. Richiede che colleghiamo la nostra vita con la storia di Dio, e una parte importante di questa storia è la sua permanente iniziativa per attirarci verso di lui, per salvarci, e per condurci sulla via della pienezza della vita.

Forse incoraggiati da questo particolare compagno di viaggio, quei due uomini continuarono a spiegare ciò che era accaduto a Gerusalemme. Raccontarono il modo come Gesù di Nazareth li avrebbe condotti fuori dalla loro mediocrità, la loro mancanza di chiarezza su chi è Dio e cosa intende per coloro che lo cercano con cuore aperto e umile, fuori dalla dipendenza schiavistica nella quale vivevano a causa dell’occupazione romana (straniera) e la collaborazione di coloro che si preoccupavano solo dei propri interessi personali. “Come i nostri capi sacerdoti e i nostri governanti lo consegnarono ad una sentenza di morte e lo crocifissero” (Lc 24, 20).

Anche nei momenti più bui della disperazione umana, quando sembrava che non ci fossero più motivi di speranza, gli uomini che si dirigevano verso Emmaus riconobbero un barlume di luce, un motivo per non cedere, per non permettere che la loro disperazione li consumasse e distruggesse il sogno offerto loro dal “profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo” (Lc 24,19). Ma gli uomini non potevano fermarsi qui. Volevano trasmettere qualcos’altro al loro misterioso compagno di cammino: “alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo” (Lc 24,22-23). “Che era vivo!” È difficile spegnere la speranza e l’amore umani, anche di fronte a circostanze travolgenti. Anche nella disperazione, i due discepoli tenevano ancora aperta la possibilità che Dio potesse fare qualcosa di nuovo, che Dio non li avesse abbandonati.

Nella celebrazione della Veglia Pasquale, c’è un altro testo che si lega molto strettamente a questo senso di fedeltà e di speranza che Dio porta all’umanità nella persona del suo amato Figlio Gesù. Il vangelo di Matteo riporta la figura di Maria Maddalena e un’altra donna chiamata Maria, le quali vanno al sepolcro per piangere la morte di colui che credevano fosse il messia promesso. La terra tremò, la pietra che bloccava l’ingresso della tomba fu rotolata via, e un angelo apparve e parlò alle due donne: “Non abbiate paura… Egli non è qui, perché È risorto, infatti, come aveva detto” (Cf. Mt 28,5). Dal testo si evince chiaramente che le parole dell’angelo causano gioia ma anche confusione nei loro cuori. Eppure, essi partono “in fretta”, correndo verso Gerusalemme per consegnare il messaggio che hanno ricevuto a una comunità nascosta e impaurita. Come accadde ai discepoli sulla strada verso Emmaus, Gesù stesso incontra le due donne, le saluta, permettendo loro di avvicinarsi e di abbracciare i suoi piedi. Gesù dice loro: “Non abbiate paura. Andate a dire ai miei fratelli di andare in Galilea, e lì mi vedranno” (28,10).

Ci sono tante situazioni che costantemente mettono in evidenza le nostre paure, perché ci mettono davanti a delle circostanze sconosciute o incerte. Riprendendo il tema iniziale, l’epidemia del coronavirus ha suscitato in tutti noi paura, ansia e un senso di assoluta impotenza. Le immagini dei malati che muoiono da soli, perché non possono avere nessun contatto con i loro familiari, ci hanno sconvolto.  I testi biblici della risurrezione che stiamo seguendo in questa Pasqua ci invitano a confrontarci con la cruda realtà della minaccia alla vita umana: la vita di Gesù presa in un atto vizioso di violenza; la vita dell’umanità che ora si trova di fronte a un virus capace di uccidere e danneggiare milioni di persone su questo piccolo pianeta. Sappiamo che il virus non è l’unica minaccia che l’umanità sta affrontando, ma ora è la più urgente. Ragione in più per cui abbiamo bisogno di ascoltare ancora una volta il messaggio dell’angelo e di Gesù che vengono a darci conforto in questo momento così difficile per la vita di tutta la comunità umana.

“Non abbiate paura! Si, veramente Cristo Risorto «fa nuove tutte le cose» (Ap 21, 5) e perciò vuole rinnovare le nostre vite ed il modo in cui ci poniamo davanti a qualsiasi tipo di minaccia. Egli, come afferma san Bonaventura, «dopo avere sconfitto l’autore della morte, ci insegna le vie della vita» (L’albero della vita 34) e ci spinge a uscire dal sepolcro dalle nostre paure, dai nostri pregiudizi, dalle nostre mediocrità, da tutte quelle realtà che ci impediscono di vivere in pienezza la nostra vocazione, cioè, da risuscitati, da uomini e donne nuovi. Mi vengono in mente le parole di Papa Francesco che ci esortava nell’ultimo Capitolo Generale a «ricuperare la fiducia reciproca affinché il mondo veda e creda, riconoscendo che l’amore di Cristo guarisce le ferite e rende una cosa sola». Un appello a rinsaldare la nostra fiducia nella forza che sgorga dalla Pasqua.

L’incontro con Cristo Risorto, che ci libera dalle paure che ci fanno rimanere immobili, ci spinge ad uscire da noi stessi, dalle nostre sicurezze e comodità, dalla logica del «si è sempre fatto così», per riprendere la strada del Vangelo, che è sempre novità, perché è «Parola di vita eterna» (Gv 6, 68). L’incontro col Risorto diventa missione e annuncio di vita nuova, perché «per coloro che lo hanno incontrato, vivono nella sua amicizia e si identificano con il suo messaggio, è inevitabile parlare di Lui e portare agli altri la sua proposta di vita nuova: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (Querida Amazonia 62).

Che cosa dovremmo dunque annunziare? Non ci dobbiamo stancare mai di proclamare con la voce e testimoniare con la vita che Gesù Cristo è vivo e che con la sua risurrezione ha sconfitto la morte; dobbiamo annunciare che la morte, l’odio e la paura non hanno l’ultima parola, ma la vita del Risorto è la parola definitiva sulla storia dell’umanità e sulle nostre storie; dobbiamo gridare che «le tenebre non hanno vinto la luce» (Gv 1, 5), ma è la luce di Pasqua che sfolgora su ogni notte e irradia l’inizio del giorno senza tramonto. Dio non abbandonerà mai coloro che ha creato e destinato alla vita, all’amore e alla speranza! Il mondo, la Chiesa e le nostre fraternità hanno bisogno di ascoltare questo messaggio: siamo noi portatori di questa buona novella, offriamo a tutti, con generosità la bella notizia che sgorga dalla Pasqua!

Buona e santa Pasqua a tutti!

 

Roma, 5 aprile 2020
Domenica delle Palme

Fr. Michael Anthony Perry, OFM
Ministro generale e servo