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16/03/2020

La curiosità che fa vivere!

È questo il terzo anno che, con alcuni dei nostri poveri e dei volontari del Centro S. Antonio di Milano, partecipiamo al percorso annuale (si tratta in tutto di quattro weekend con scadenza mensile), proposto dal Centro Missionario di Bologna, sotto la guida di fra’ Guido. Quest’anno, spinto dal caloroso invito di chi aveva già partecipato a questa esperienza, e, in modo particolare, di fra’ Carlo responsabile del Centro S. Antonio, con un po’ di titubanza e di resistenza iniziale, ma anche con tanta attesa e curiosità rispetto ad una proposta del tutto nuova, ho deciso anch’io di partecipare. La sede degli incontri è il convento di San Bernardino di Verona. Sabato quindici febbraio, di prima mattina, siamo dunque partiti da Milano alla volta della città scaligera. Il nostro gruppo si compone per questa prima volta, da nove persone tra stranieri e italiani.

Insieme a noi ci sono altri tre gruppi provenienti da altrettante realtà caritative come la nostra: uno proveniente dalla stessa Verona, l’altro da Bologna e l’altro ancora da Parma, per un totale di circa venticinque persone. Tra i partecipanti vi sono persone di diversa provenienza geografica e credo religioso: alcuni frati chiamati ad occuparsi più da vicino del servizio ai poveri, alcuni volontari che ruotano intorno alle diverse attività caritative dei conventi e alcuni dei nostri poveri, di nazionalità straniera, che beneficiano delle stesse. A guidare questo percorso insieme a fra’ Guido c’è Francesca, una ragazza della Sardegna esperta in mediazione e gestione dei conflitti. Non appena sistemati ci viene introdotto il percorso a partire dal titolo dello stesso: “storie (s)cambiate”, sottolineando come lo scopo di questa proposta sia appunto proprio quello di favorire lo scambio tra persone di diversa provenienza geografica culturale sociale religiosa ecc. e come questo scambio porti sempre inevitabilmente con sé un necessario cambiamento al quale tutti siamo chiamati. All’inizio di questo nostro trovarsi per camminare insieme, Francesca insiste molto sulla necessità dell’avere cura e dell’accogliere, prima ancora che gli altri, noi stessi, con la nostra libertà, i nostri tempi, le nostre attitudini e i nostri limiti; così ciascuno di noi viene messo fin da subito nelle condizioni di esprimersi davanti agli altri nella massima libertà, senza essere giudicato, ma unicamente accolto e custodito a partire da ciò che si sente di poter donare agli altri. Il tutto si svolge attraverso alcune piccole ma significative attività sul modello laboratoriale, attività che vanno ad occupare l’intera mattina e il pomeriggio di sabato: siamo chiamati a presentarci a partire da due o tre semplici parole che pensiamo ci possano caratterizzare; veniamo stimolati, attraverso un piccolo gioco, a provare ad uscire dagli schemi mentali che ci possono condizionare in vario modo; veniamo invitati a scrivere alcune delle nostre premesse implicite, cioè alcuni di quei pregiudizi e di quelle precomprensioni che, anche inconsapevolmente, determinano spesso il nostro modo di rapportarci con l’altro, legate in modo particolare alla diversa provenienza geografica; ci viene chiesto infine di scegliere tra una serie di carte, descriventi ciascuna una particolare emozione, quella che maggiormente sentiamo come nostra in questo momento e di spiegare il perché di questa nostra scelta. Alla sera, dopo la cena con i frati del convento, ci attende una distensiva passeggiata fraterna nel centro della città. Il giorno successivo, nel corso della mattinata, veniamo sollecitati a riportare le impressioni, le sensazioni e le valutazioni rispetto alle attività del sabato e, come gesto conclusivo, ciascuno di noi è invitato a scrivere su di una lavagna una parola attraverso la quale sente di poter sintetizzare quanto emerso da questo nostro primo incontro. Il nostro weekend veronese si conclude con la possibilità di partecipare alla messa domenicale seguita dal pranzo in refettorio insieme alla fraternità. Dopo il pranzo c’è tempo per i saluti e si riparte per Milano.

Si dice, o perlomeno così ho sempre sentito dire, che la curiosità uccide, ma fin da questo nostro primo incontro posso dire di poter sfatare questo detto; ho imparato infatti che c’è una curiosità che non solo non uccide ma fa vivere: è quella curiosità, sulla quale Francesca si è soffermata proprio nell’introdurre questo nostro percorso, che porta, come dice l’etimologia stessa della parola, a prendersi cura dell’altro, ad accoglierlo, essendo disposti a ricevere da lui prima ancora che a dargli qualcosa. Si torna a Milano contenti e curiosi di sapere come sarà nei prossimi incontri, curiosi di rivederci di nuovo un po’ cambiati, curiosi sì, ma di quella curiosità che fa vivere!

fra Emanuele