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16/04/2019

I discepoli gioirono al vedere il Signore

Lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori

in occasione della Santa Pasqua 2019

Miei carissimi fratelli,

Il Signore vi dia pace!

Quest’anno vorrei condividere con voi un messaggio che possa collocarsi nel contesto celebrativo degli 800 anni dall’incontro tra Francesco d’Assisi e il Sultano di Egitto, al-Malik al-Kamil. Una commemorazione come questa ha offerto alla Chiesa e all’Ordine l’opportunità straordinaria di aprire spazi di riflessione e studio nell’ambito del dialogo aperto e rispettoso con l’Islam e, naturalmente, con le altre confessioni religiose.

Quindi, prendendo spunto da quanto ho scritto il 7 gennaio scorso in una lettera a tutto l’Ordine a proposito di questo importante anniversario, vorrei invitarvi a vivere il mistero della passione, morte e risurrezione del Signore alla luce di questo particolare avvenimento che ci sprona ad abbandonare la paura e ad aprire letteralmente le porte della nostra mente, permettendo che Dio operi in modo nuovo nel cuore di uomini e donne di buona volontà che, indistintamente, lottano per promuovere, a beneficio di tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà (cfr. Nostra Aetate n. 3).

Permettetemi, allora, di volgere lo sguardo ad un passo del vangelo che avremo occasione di ascoltare la seconda domenica di Pasqua. Si tratta di una delle apparizioni di Gesù risorto a tutti i discepoli riuniti nel cenacolo “la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato”, secondo la versione di Giovanni (Gv 20, 19-31). In realtà questo testo narra due apparizioni separate da un arco di tempo di otto giorni. Credo che questi due episodi ci aiuteranno a stabilire un contesto spazio-temporale che consentirà di comprendere meglio la maturazione della fede non solo di Tommaso ma di tutti i discepoli che hanno avuto il privilegio di contemplare coi loro occhi la presenza del Signore risorto.

Prima apparizione:

Le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei

L’espressione con cui inizia il brano, “la sera di quello stesso giorno”, non è posta casualmente. Appartiene allo stile narrativo dell’evangelista, al quale piace mostrare scene naturali di contrasto. Possiamo immaginarci un luogo poco illuminato, dove diventa difficile persino riconoscere i volti degli altri, anche i più vicini. È un’espressione che potrebbe rappresentare l’incertezza, la delusione e la paura dei discepoli riuniti. Una paura del futuro, della novità, del rischio, del cambiamento, dell’eventualità di perdere qualcosa. Diventa perciò necessario mantenere “le porte ben chiuse”. Lo stato d’animo dei discepoli è, tutto sommato, qualcosa di assolutamente normale, considerato quello che ha passato Gesù sulla croce. Forse hanno bisogno di tempo per assimilare quanto vissuto, o di qualcosa che possa riattivare in loro il desiderio di rivivere, di uscire, di cercare la luce, di trasformare questo primo giorno della settimana in una speranza ancora invisibile. Il segno delle porte chiuse rappresenta la situazione molto umana di chi cerca di tutelare se stesso e le poche sicurezze che possiede.

Venne Gesù e si fermò in mezzo a loro

Senza entrare nel dibattito teologico-esegetico a proposito del nuovo aspetto di Gesù, capace di attraversare i muri con un corpo dalle caratteristiche diverse, cerchiamo di soffermarci sul potere che ha Gesù di “entrare” in quel luogo dalle porte chiuse. In questo episodio, come in tanti altri, siamo davanti alla strategia narrativa del cambiamento di situazione caratterizzata da una trasformazione delle circostanze, suscitata da un’iniziativa divina. Nel brano, dopo che Gesù pronuncia le parole pace a voie mostra le sue mani e il suo costato, l’evangelista evidenzia che, alla vista del Signore, tristezza e paura si trasformano in gioia (v. 20). È un testo splendido che propone un itinerario a chi si lancia nell’avventura della fede. Gesù avrebbe potuto scegliere un altro momento e altre circostanze per apparire ai suoi. Eppure sceglie un momento segnato dalla paura degli apostoli e dall’assenza di uno di loro, Tommaso, che sarà un protagonista chiave del brano. E proprio su di lui vorrei soffermarmi un attimo mentre analizziamo la seconda apparizione.

Seconda apparizione:

Sono passati otto giorni. Uno potrebbe domandarsi: perché lasciò passare tanti giorni? Perché non toglierlo dal dubbio subito per dissipare l’incertezza di Tommaso che aveva sentito dire abbiamo visto il Signore? Il nome Tommaso significa gemello. Didimo è un termine greco che l’evangelista usa per tradurre l’aramaico Ta’oma’. Al di là di questo gioco di traduzioni, come spesso avviene nel quarto vangelo, si nasconde un intento teologico. Il gemello è una copia, è uno che assomiglia ad un altro. Nel brano Tommaso svolge un ruolo caratterizzato da due significati: è dominato dal dubbio che in seguito risolve quando incontra il Signore ed è al tempo stesso nostro gemello perché ci rappresenta nella storia. È colui che a nome nostro può ritrovarsi faccia a faccia col Signore risorto passando dall’incredulità alla più alta professione di fede che il vangelo di Giovanni ricordi: Signore mio e Dio mio. Tommaso ha visto e toccato le ferite di Gesù. Il testo parla chiaramente dei segni dei chiodi: il risorto ha un corpo che è segnato da una storia di dolore e morte. Tommaso perciò è nostro gemello: tocca con le sue mani le ferite sul corpo riconoscendo non solo di trovarsi davanti ad un uomo vivo, ma a Dio in persona.

È una storia di dolore e morte che si ripete tutte le volte che non siamo capaci di riconoscere le differenze e la ricchezza della diversità. È una storia segnata da una mentalità dominante che ha sfruttato il nome di Dio per affermarsi e credersi depositaria della verità assoluta sul divino, arrivando ad aggredire e ammazzare pur di difendere una posizione dottrinale. Questo è lo scenario drammatico che durante il medioevo si è realizzato nello scontro con la religione islamica e che oggi giorno ancora si ripete in alcuni paesi dove le minoranze non sono tollerate.

Ascoltiamo il Santo Padre Francesco

Probabilmente molti penseranno che una riflessione di questo genere, o gli avvicinamenti significativi che hanno fatto la Chiesa e, in modo particolare, papa Francesco non hanno molto a che fare con la cruda realtà che ancora oggi si presenta nei paesi dove convivono cristiani e musulmani. Alcuni pensano che parlare di dialogo o dimostrare apertura verso un possibile incontro sia segno di debolezza e di perdita dell’identità. Papa Francesco è stato duramente criticato in certi settori della Chiesa per gli atteggiamenti di apertura mostrati verso altre confessioni, letti come gesti che sminuiscono l’immagine e la reputazione della Chiesa e dei cristiani.

Pur rispettando tali opinioni vorrei semplicemente affermare che un semplice gesto di comunione e apertura diventa più potente, eloquente, efficace e profetico del desiderio di un’autoaffermazione molte volte basata sull’autoreferenzialità.

Recentemente, a proposito del suo viaggio in Marocco, il Santo Padre ha dichiarato che non c’è motivo di essere spaventati dalle differenze fra le varie religioni. Quello che dovrebbe impaurirci è la mancanza di fraternità tra le varie confessioni religiose (Udienza generale, 3 aprile, piazza san Pietro). Come sapete il Santo Padre ha voluto unirsi attivamente alla celebrazione per l’8° centenario dell’incontro tra Francesco e il Sultano al-Malik al-Kamil. Questo viaggio, come già quello negli Emirati Arabi, lo testimonia chiaramente. Il potente appello al dialogo e all’edificazione di una società aperta, plurale e solidale, così come la risposta che siamo tenuti a dare davanti alla grave crisi migratoria sono stati i temi centrali del suo messaggio. Il Papa ha esortato con forza a percorrere insieme una strada che ci aiuti a superare le tensioni e incomprensioni, aprendoci ad uno spirito di collaborazione fruttuosa e rispettosa (cfr. Discorso del Santo Padre: incontro con il popolo marocchino, le autorità, la società civile, il corpo diplomatico, 30 marzo 2019).

Vorrei perciò invitarvi, miei amati fratelli, a vivere questa Pasqua alla luce di un così grande evento. È vero che una scelta come quella che propone il Papa include un certo rischio e può generare in noi paura e incertezza, sentimenti molto simili a quelli provati dagli apostoli nel cenacolo a porte chiuse. Tuttavia è lo stesso Pontefice che ci incoraggia nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (EG 49). Oso far mio questo invito e rivolgerlo a tutti i frati dell’Ordine, alle mie amate sorelle clarisse e concezioniste e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che sono vicini alla spiritualità del Santo di Assisi: usciamo, andiamo incontro al diverso, apriamo le porte perché entri aria nuova, il soffio dello Spirito (cfr. Gv20,22) che ci chiede di aprire gli occhi ad una realtà nuova e affascinante. Non riduciamoci a credere che questo sia un segno di debolezza o di rinuncia alle nostre convinzioni; pensiamo piuttosto che un mondo così plurale come quello in cui viviamo abbia urgente bisogno di gesti eloquenti e profetici che educhino ad una sana e civilizzata convivenza.

Il poverello di Assisi fu un segno per la sua epoca e continua a esserlo dopo otto secoli. Non possiamo accontentarci di commemorare un evento come questo se il nostro cuore non si apre all’esperienza dell’altro. Vivere la Pasqua quest’anno significa seguire l’itinerario proposto dal vangelo di Giovanni che, senza ignorare il timore e la tentazione di chiudere le porte, ci mostra che l’evento della risurrezione di Cristo è capace di trasformare la nostra tristezza in gioia (cfr. Gv 16,16) e la nostra paura nel coraggio di testimoniare con la parola e la vita che Gesù Cristo è risorto e che lui è il Signore e Dio nostro (cfr. Gv 20, 28).

Buona e santa Pasqua a tutti!

Roma, 14 aprile 2019
Domenica delle Palme

 

Fr. Michael Anthony Perry, OFM
Ministro generale e servo