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Da estraneo a prossimo 2006
“Ed Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Cor 5,15). Sono queste le parole che, già alcuni anni prima di ricevere l’abito francescano, mi hanno e continuano ad interrogarmi ogni volta che le sento pronunciare durante la Santa Messa. A volte pronunciate in modo solenne, a volte ascoltate distrattamente durante una ferialità quasi banale, magari in una celebrazione estiva, poco frequentata, ma comunque potenti. Mi chiedo: ”Cosa significa vivere per Te? Non vivere più per me, ma per Te. Cosa significa?”.
In questi anni di ricerca del volto del  Padre, nella timida apertura, prima alla comunità parrocchiale e poi alla fraternità francescana, ciò che mi poteva sembrare una pretesa, un atto di pio volontarismo, il vivere, cioè, per Lui, è invece la più naturale risposta di chi fa esperienza di avere in Lui ricevuto tutto. Non si può pronunciare con leggerezza la richiesta di non voler vivere più per se stessi, se una vita tesa all’accoglienza di Lui che si offre non lo conferma. Certo, aprirsi all’Altro, e all’altro, ovvero a tutto ciò che è estraneo da sé, espone alla possibilità del fraintendimento, al rifiuto, all’imbarazzo di un dialogo mai fino alla fine detto o ascoltato autenticamente. Eppure l’accoglienza possiede anche l’opportunità di essere esperienza in cui, se chi è accolto è rispettoso dello “spazio sacro” in cui è invitato ad entrare, accade una comunione senza pretese, che permette di essere a ciascuno semplicemente quello che è.
Questa è l’opportunità scoperta, mi pare, da Francesco di Assisi quando rivela ai suoi frati che il loro chiostro è il mondo. E l’opportunità scoperta da me, per quanto mi è dato, ogni volta che ho accolto con fiducia l’Estraneo, gli estranei. Scoperta quando, dagli otto ai sedici anni, ho seguito per mezzo mondo il mio papà che lavorava all’estero. Scoperta di nuovo quando, dopo gli anni degli studi, mi sono affidato ad un carisma, quello francescano, allora per me sconosciuto e idealizzato, mentre oggi è luogo di incontro con il Signore. Scoperta ancora, quando, l’anno scorso in Inghilterra, ho conosciuto altri fratelli che condividono con me lo stesso carisma, e per questo così a ragione li posso chiamare, anche se vivono con abitudini diverse dalle mie, poco più ampie del perimetro delle mura conventuali. E questa è la stessa opportunità che mi spinge nella prossima estate in Tahilandia, a Bangkok, in un contesto culturalmente estraneo, dove una fraternità internazionale è impegnata ad accompagnare alcuni malati di AIDS nell’accoglienza di una ultima estranea: la morte. San Francesco perché innamorato di Gesù Cristo e verso la conclusione di un lungo cammino di fede, la chiama “sorella”
Spero questa prossima esperienza di servizio come scuola di accoglienza alla quale Lui, anche se Maestro, sta in mezzo a noi e si fa trovare come Colui che serve.
Fra Roberto Ranieri, o.f.m.
Fra Roberto Ranieri, legato da voti temporanei alla nostra famiglia religiosa, l'Ordine dei Frati Minori, al 4° anno di studi del corso istituzionale di teologia, ha concordato con i suoi superiori un'esperienza missionaria di circa 50 giorni da svolgersi la prossima estate presso la fraternità internazionale di Lamsai - Bangkok in Tahilandia. Fra Roberto si inserirà nella vita feriale di questa fondazione francescana in terra taihlandese che conta pochi anni di esistenza: condividerà il tempo con alcuni giovani candidati che hanno chiesto di entrare nel nostro Ordine e sarà inserito, assieme agli altri frati, nei turni quotidiani di assistenza e accompagnamento ai malati terminali di AIDS presso il vicino ospedale. La presenza dei frati in questo ambito, così impegnativo e particolare, è motivata anche dalla ricerca di dialogo con la locale popolazione di credo buddista.
Mentre siamo ammirati dallo spirito con il quale fra Roberto si prepara a questa esperienza gli auguriamo di viverla in Dio, sapendo trarne ogni seme di vangelo che il Signore stesso gli farà scoprire, così da poterlo trafficare quale dono prezioso per approfondire il cammino di discernimento e di appartenenza all'Ordine dei Frati Minori.
Il Signore benedica i tuoi passi, noi ti accompagniamo con la preghiera.
Fra Guido Ravaglia
Quattro giorni a Yangon 26-29 agosto 2006 Dal Diario di viaggio di fr. Roberto Ranieri
26 Agosto 2006
Fr. Johnson, prima di partire, mi affida quattro breviari da portare in Myanmar. Un bel carico, pensando che sto per entrare in un paese comunista militarizzato che, anche se non lo ha ancora fatto, sembra avere tanta voglia di espellere tutti i cristiani all’interno dei confini. All’aeroporto di Bangkok la mia attenzione si concentra sul timbro che, sul mio passaporto, dice che il visto thailandese è scaduto dal momento che varco la frontiera. Me ne occuperò al ritorno.
Il volo è tranquillo. Le hostess servono riso e pollo al curry. Arriviamo all’aeroporto di Yangon, capitale della Birmania, in perfetto orario. E’ piccolo ma c’è una vasta area in costruzione. Al controllo del passaporto non ho problemi. Arrivo dove vengono controllati i bagagli a mano. Ci sono quattro o cinque militari tutt’intorno. Se mi aprono lo zaino, posso proporre di recitare insieme l’ora media. Dietro le transenne vedo fr. Peter o, almeno, credo che sia lui. Per telefono ci eravamo messi d’accordo che avremmo vestito entrambi magliette gialle per riconoscerci. Mi fa un cenno con la mano dopo che l’ho fissato. E’ lui. Intanto al passeggero che mi precede viene aperta la borsa, viene controllato nuovamente il passaporto, le tasche dei pantaloni, gli viene chiesto di aprire il portafoglio… poi viene fatto passare. Tocca a me. L’ufficiale mi chiede il passaporto. Glielo porgo senza guardarlo in faccia. Un silenzio infinito è interrotto dalla sua voce quando dice: “Italy, football! Welcome, yellow shirt!”. Mi fa un cenno con la mano per farmi passare. Non pensavo che avrei ringraziato la nazionale di calcio per aver vinto i mondiali in queste circostanze. Mentre oltrepasso le transenne ricordo che l’ufficiale mi ha chiamato “maglietta gialla” e  inizio a credere alla possibilità che la telefonata dalla Thailandia fosse sotto controllo. Ad ogni modo, ora finalmente posso incontrare fr. Peter, uno dei due frati vietnamiti che vivono qui. Ci aspettano fuori dall’aeroporto, fr. John, l’altro frate che vive con Peter, e una suora. Mi meraviglio di vederla con l’abito. Mi spiegheranno in seguito che le donne religiose sono più tollerate. Dopo circa 20 minuti con la macchina arriviamo alla casa dei frati. Lungo la strada, molto rovinata dalle piogge e con profonde buche, vedo molta povertà. Nella zona dove abitano i frati, le case sono costruite con pannelli di legno, il tetto con rami di palma di cocco, e, su sottili gambe di legno, tentano di sollevarsi dagli acquitrini come quei piccoli ragnetti che riescono a saltellare sull’acqua. Molta gente sulla strada, che sembra non curarsi del fatto di ostruire il passaggio della macchina, ritarda il nostro arrivo. Qualcuno passeggia distrattamente in mezzo alla carreggiata mangiando da un contenitore di plastica, i ragazzini giocano sulle rive dei canali di irrigazione, gli anziani si appisolano sotto improvvisate verande che si affacciano sul ciglio della strada. Noto che quasi tutti gli uomini cingono alla vita una sorta di pareo al posto dei pantaloni. Le donne, invece, hanno sulle guance una tintura gialla: la suora che sta guidando previene la mia domanda e mi spiega che è una pasta ricavata macinando le fibre di una pianta locale e serve per mantenere la pelle fresca e asciutta. Vedo molti sputare per terra perché, come scoprirò in seguito, è abitudine masticare una radice rossastra per dissetarsi. Rispetto alla Thailandia, questo è davvero un altro mondo.
Arriviamo a destinazione. Mi accolgono i 4 giovani, candidatialla vita francescana, che ci stavano aspettando. Fr. John mi mostra la casa, in muratura con il pavimento in legno. Un soppalco offre lo spazio per due camere da letto. Lo spazio è pulito e curato, un vero lusso in questo quartiere. Da poco è stata terminata una serie di locali che fungeranno come casa di formazione, anche se mancano le ultime rifiniture e l’arredamento. Fr. John mi spiega che però i lavori per ora sono fermi perché non hanno più soldi. A causa della corruzione, hanno dovuto pagare fino ad ora circa 3 volte la cifra inizialmente pattuita. Ci sediamo a tavola. La suora mi taglia un mango in piccoli pezzettini e mi offre un succo di tamarindo. Scambiamo qualche parola semplice. Poi John si scusa perché non può ospitarmi qui: se ci fosse un controllo della polizia potrei rischiare grosso. Capisco perfettamente e lo ringrazio, ci vedremo con calma nei prossimi giorni. Con la suora mi rimetto in strada per raggiungere il loro convento. Le sorelle hanno una bella casa nelle vicinanze del centro della città, a ridosso di una delle 4 parrocchie ufficiali che esistono qui. E’, ovviamente, intitolata a San Francesco.
Quando arriviamo, mi viene mostrata la mia camera. Per accedervi devo aprire un cancello serrato da un grosso lucchetto. La madre mi spiega che di notte la zona non è molto sicura ed è meglio chiudere, così mi da la chiave. Appena mi lascia, mi butto sul letto, esausto.
Fr. Peter mi raggiunge dalla casa dei frati dove si era fermato quando ormai è buio, per ora di cena. Dopo aver mangiato, ci fermiamo a tavola a chiacchierare. Mi racconta tutta la sua storia, io lo ascolto volentieri. E’ cresciuto in Vietnam, nella parrocchia francescana servita da fr. John, il fratello che ora si trova qui con lui. Allora era stato appena ordinato sacerdote e il provinciale lo aveva mandato in una piccola fraternità nel nord del paese. Tutte le mattine alle 05.00, John inforcava la sua bicicletta. Dopo 3 ore di strada nel fango in mezzo alla giungla, per ogni giorno dell’anno, per 12 anni, raggiungeva la parrocchia e celebrava la Messa per un centinaio di abitanti di un piccolo villaggio. Peter, uno dei ragazzini di questo villaggio, rimase così impressionato da questa testimonianza di fedeltà e di dolce fortezza che decise di intraprendere il cammino di consacrazione nell’ordine francescano. Mentre mi racconta questa storia, ci tiene a sottolineare che fr. John non ha mai rivolto a nessuno dei ragazzi del villaggio una sorta di appello per la vita religiosa. Nessun facile reclutamento, nessuno spot vocazionale, solo e semplicemente la Messa celebrata con attenzione e amore, l’omelia domenicale. La testimonianza di fr. John ha fatto sì che oggi, nella provincia del Vietnam, la maggior parte delle giovani vocazioni provengono dallo stesso villaggio di fr. Peter. Dopo la sua licenza in filosofia, il provinciale ha chiesto a Peter di andare ad insegnare nelle filippine. Lui aveva già espresso la richiesta di partire in missione, ma ha dovuto aspettare 3 anni prima di partire. Quando John, il suo parroco di gioventù, venne mandato in Myanmar sotto obbedienza del Padre generale per aprire la missione, Peter ha chiesto di andare ad aiutarlo e ora sono entrambi qui. Ora, però, a fr. John è stato chiesto di andare ad insegnare missiologia a Bruxelles per la formazione dei giovani missionari dell’Ordine. Fr. Peter potrebbe trovarsi solo il prossimo mese se fr. John dovesse partire per questa nuova esperienza.
27 Agosto 2006
Questa mattina decido di andare a visitare la non lontana pagoda di Shwedagon: è il centro spirituale che fa da riferimento per tutto il buddhismo di questo paese. La sua origine risale al Buddha stesso. Quando egli incominciò ad essere conosciuto oltre i confini dell’India, vennero a fargli visita due fratelli dalla Birmania: Tapussa e Bhallika. Essi erano mercanti e portarono all’illuminato due dolcetti al miele in omaggio e come segno di devozione per la sua persona. Il Buddha si commosse per tale gesto e si strappò otto capelli per donarli a loro e come segno di perpetua comunione. I due fratelli, al loro ritorno, consegnarono i capelli del Buddha al re di Okkalapa, l’antica capitale che oggi porta il nome di Yangon, il quale decise di erigere un grande tempio nel centro della città per custodire tale preziosa reliquia. Quando arrivo sulla soglia del portone d’ingresso, una gentile ragazza mi invita a togliermi i sandali. Entro, e tutt’intorno è oro.  Molte persone sono raccolte in preghiera nei piccoli tempi disposti intorno al cedì, la torre al centro che contiene la camera che custodisce le reliquie. C’è chi accende incenso, chi cammina in cerchio sussurrando preghiere, chi versa con tazze d’oro acqua sulla testa della statua del Buddha. Mentre cammino intorno, mi meraviglia il silenzio e il raccoglimento del luogo, nonostante sia così affollato. Mi avvicina un signore sulla sessantina che mi pone le solite domande in inglese: da dove vengo, quando sono arrivato, quanto mi fermerò ancora … mi sembra gentile, ma non ho voglia di fermarmi a parlare. Ad un certo punto si presenta come guida turistica mostrandomi un cartellino di autorizzazione. Io cerco di rifiutare, e quando capisce di non aver alcuna speranza di beccare soldi, il suo volto cambia e il tono della voce diventa più amichevole.
Entro in un piccolo tempio e mi raccolgo in preghiera, poi decido di rientrare in convento. Mentre passeggio, noto un ragazzino sull’altro lato della strada che mi fissa. Veste jeans e una maglietta di un gruppo musicale americano. Paradossi: quello che questa gente odia e teme, ciò verso cui nutre tanta chiusura, dall’altro lato lo venera e lo imita nei suoi aspetti più superficiali e materialistici. Mi si staglia davanti ancora una volta la frattura tra est e ovest.
28 Agosto 2006
Questa mattina torno a fare visita alla casa dei frati, nella periferia di Yangon, dove sono stato appena sono arrivato dall’aeroporto. Mi accoglie nuovamente fr. John, costretto ad interrompere la lezione di inglese che stava tenendo ai 4 aspiranti. Mi mostra nuovamente la casa accompagnandomi questa volta sul retro. Faccio diverse foto che spero possano essere materiale prezioso per fra Vincenzo e fra Ambrosio. Poi andiamo in cappella per la recita del rosario. Il pranzo è semplice: riso, una zuppa di verdure, qualche pannocchia di mais bollita, molta frutta. Tutto è molto buono. Gli aspiranti sono curiosi e mi rivolgono diverse domande… finisce che ci mettiamo a parlare di calcio. Fr. John sembra divertito. Quando provo a chiedere della attuale situazione politica, il clima cambia immediatamente. Capisco di aver spostato l’attenzione su un argomento poco piacevole da discutere e, soprattutto, ritenuto pericoloso da affrontare, quasi ci fossero microfoni che ci ascoltano. Questa gente vive davvero nel terrore, e non può dimostrarlo.
La sorella che mi ha accompagnato mi viene a prendere mentre stiamo prendendo il the e si unisce a noi. Mentre rientriamo, contemplo la testimonianza di questi fratelli. Sono arrivati qui senza nulla, senza nulla continuano a vivere, e nulla pretendono dal futuro.
29 Agosto 2006

Ultimo giorno in Myanmar. Do un ultimo sguardo alla città di Yangon. Mi accompagna, come al solito, la stessa sorella del convento che mi ospita. Visitiamo prima un ricovero per anziani che le suore gestiscono qui da diversi anni: fu la loro prima casa in questo paese. E’ una grossa struttura che ospita oggi circa 70 uomini e 120 donne. Tutto è molto pulito e curato, ci sono molti volontari. Penso che anche questo potrebbe essere un bel luogo per una esperienza di servizio. Poi la suora mi dice che mi vuole mostrare la cattedrale della città. Quando arriviamo, la grande chiesa dai mattoni rossi è chiusa. Oltre il giardino, si intravede la residenza del vescovo. Forse, penso, potremmo incontrarlo… Proviamo ad entrare, ma sull’uscio ci raggiunge il rettore del seminario, un giovane sacerdote dall’aspetto gentile. La suora mi presenta. Il rettore si scusa perché li vescovo è fuori sede, ma ci riceve lui in una graziosa saletta con le poltrone rosse. Appena ci sediamo, senza avergli chiesto niente, mi confida il disagio in cui è costretta la Chiesa in questo paese. Ufficialmente il cristianesimo è tollerato, ma poi, di fatto, i preti non possono mostrare il clergyman, i religiosi non possono vestire l’abito, eccetto qualche ordine femminile che opera nell’assistenza sociale. Mi spiega che dal governo è concesso un numero limitato di seminaristi per anno e che le ordinazioni sono scrupolosamente vagliate.
Non si possono inoltre costruire nuove chiese, l’orario di tutte le funzioni liturgiche deve essere comunicato e approvato, non si può predicare pubblicamente l’Evangelo…
Dopo un lungo sfogo, ci ringrazia per la visita e si scusa ancora una volta per l’assenza del Vescovo. Ci saluta con una gentilezza squisita. Mentre rientriamo in convento su un autobus che assomiglia più ad un carro armato, provo ad immaginare la sofferenza di questa Chiesa, sofferenza per lo più estranea a qualsiasi europeo.
Fra Roberto Ranieri, o.f.m.
Perché il Congo? 2006 Appunti pre-viaggio di Silvia, Sara, Cristina, Serena e Sergio
Congo? Congo?!... Ma dov'è il Congo? ... Tira fuori l'atlante, cerca, cerca ... Eccolo! In mezzo all'Africa un po' spostato a sinistra, vicino al Cameroun.
È lì che quest'estate dal 17 luglio al 18 agosto ci recheremo, precisamente in una missione di frati a Makoua, nella diocesi di Owando, chiamata "Notre dame d'Afrique" che collabora con la Chiesa locale all'evangelizzazione e la promozione umana.
Quando parliamo della partenza per il Congo una domanda che spesso ci viene rivolta è: perché proprio là? In fondo non c'è bisogno anche qui da noi? La sofferenza, la solitudine, la povertà non sono ferite che si annidano anche ai margini della nostra società "agiata"?
Il fatto è che l'impegno in una missione in Congo non esclude tutto il resto, anzi.
È sempre stato un nostro sogno riuscire a vedere, a vivere un pezzetto di Africa e quando la scorsa estate si è presentata l'occasione di partire per il Congo-Brazzaville, quasi non ci credevamo. Era tutto da organizzare , preparare ... inventare! Un mese in Africa! Fantastico! Poi un po' di smarrimento. Volevamo che questo desiderio non fosse solo nostro, che qualcuno ci incoraggiasse dicendoci: "Sì, andate! È là che vi voglio questa estate!". E giorno per giorno, incontro dopo incontro, tutto cominciava a prender forma, gli iniziali progetti indefiniti assumevano una fisionomia concreta: il volo, i contatti con la missione giù, le vaccinazioni, i passaporti ... quante cose a cui stare dietro, ma che voglia di farle insieme e ancora di più che voglia di affidarle a Dio e di pregarci sopra, perché le realizzasse Lui assieme a noi!
Ognuno di noi ha una storia diversa, un carattere diverso, e motivazioni diverse per cui si è deciso di intraprendere questo viaggio, ma fra queste(che omettiamo volutamente per evitare tediosi autobiografismi)va maturandosi nel corso dei mesi di preparativi e attese la percezione della ricchezza che umanamente e spiritualmente ci offre un'esperienza simile ... si è sviluppata una consapevolezza comune di imbarcarci insieme in un viaggio che assume un valore davvero profondo.
E' questo valore profondo che può spiegare perché proprio in Congo-Brazaville, perché in Africa, perché così lontano.
Ci sono rischi, incognite, ma non è forse un elemento proprio di ogni esistenza il fatto di non saper mai cosa ci presenterà domani il Signore? E' un'occasione per affacciarsi oltre gli orizzonti un po' miopi che la nostra società ci propone riguardo il fatto di poter programmare e controllare il nostro futuro e le nostre risorse ...
Scoprire che partire insieme non è la stessa cosa che farlo da soli, perché ognuno di noi è legato agli altri in modo unico e personale, e che già questa è una ricchezza da condividere ...
Il fatto che partiamo non è qualcosa che riguarda noi e basta come ci ha abituati a pensare la nostra società dell'individualismo: siamo solo i personaggi più "evidenti" di un teatro umano più vasto che comprende innanzitutto le nostre famiglie, che vivono questa partenza con preoccupazione, ma anche i nostri amici, le comunità parrocchiali in cui siamo cresciuti, i frati che ci accoglieranno e le persone che incontreremo, e, perché no ... anche voi che leggete questo trafiletto e un po' magari vi siete incuriositi
Per questo l'Africa. Per questo il Congo. Per questo la missione.
Per uscire dalla logica del faccio del bene ma solo a pochi passi da dove mi è comodo. Per sfilarsi dal comodo salvagente del volontariato solo quando posso e avventurarsi nel mare dell'essenzialità e della missione. Per conoscere, incontrare Gesù in un "altro" che ci sembra familiare, ma solo perché lo abbiamo visto filtrato da un tubo catodico o dalla patinatura della pagina di una rivista, e che invece in realtà è da scoprire faccia a faccia, da avvicinare con umanità e rispetto.
Ci auguriamo che possa essere un' esperienza unica e siamo grati a Suor Chantal e Padre Guido per averci dato la possibilità di far sì che questo desiderio stia a poco a poco prendendo vita!
Silvia, Sara, Cristina, Serena e Sergio
Lo sguardo della mamma di P. Alessandro sulla Missione del Congo-Brazzaville 2006
Questa estate abbiamo conosciuto i cinque ragazzi che in luglio sono venuti in Congo con noi, è stata una vera gioia vedere con quanto entusiasmo hanno preso a cuore la Missione. Per noi era la seconda volta, poiché avevamo fatto visita a nostro figlio P. Alessandro tre anni fa.
Arrivati a Brazzaville, siamo stati alla Missione di Djiri e abbiamo visto quanto è stato fatto  in questi pochi anni dai frati missionari che operano lì (P. Luciano, P. Domenico e fra Italo): da un solo fabbricato oggi ci sono una cappella, una scuola, altre costruzioni per vari servizi, un rubinetto all'esterno per l'acqua potabile dove la gente del villaggio può prenderla senza andare alla sorgente, un monastero dove ci sono già le suore Clarisse e soprattutto tanti progetti da portare avanti, come costruire un seminario per la formazione dei frati, una casa di accoglienza per i ragazzi di strada e altre iniziative che si stanno realizzando grazie a istituti religiosi di suore.
Dopo pochi giorni, visto che il nuovo fuoristrada non arrivava, siamo partiti per Makoua insieme a Sara e Silvia, Cristina ci ha raggiunto una settimana dopo.
È stata una grande emozione rivedere le persone che avevamo già conosciuto, prendere in braccio i piccoli ed essere circondati da tanti bambini che con i loro sorrisi trasmettono tanta felicità e vitalità (ne hanno fatto esperienza Sara, Silvia e Cristina).
Makoua è un grande villaggio e la parrocchia è molto accogliente. Ci sono vari gruppi di preghiera che animano le lodi e la Messa del mattino, una supercorale per le Messe festive, il Centro Ismael dove vengono accolti i bambini dalle maman e dagli infermieri, le suore che aiutano i parroci a svolgere i vari compiti della parrocchia: assistenza agli anziani, negli ambulatori, nelle scuole e nei vari insegnamenti (dottrina, cucito e altri lavori). Ognuno di noi osservando il loro modo di vivere la loro cultura a suo modo si rende utile verso questi fratelli, aiutandoli a superare le varie difficoltà (case spoglie senza luce e acqua).
Anna Chistolini
MAMA HONORINE 2006
Sono di nuovo qui tra i “mundele” e come loro corro, mi affretto nei miei affari di tutti i giorni con la vana speranza di avere un po’ di tempo, almeno questa sera, di vedere un film. Ma i film e tutti gli impegni, sia lavorativi che di studio, non riescono a distogliere la mia mente dal suo pensiero fisso: l’Africa. Mentre sfreccio in bicicletta da una parte all’altra di Bologna inseguendo la mia vita, cerco bramosamente nella gente a piedi o dietro i finestrini delle macchine o sotto un casco di un motociclista o sotto la berretta di un ciclista quei volti sorridenti, che i miei occhi hanno avuto la fortuna di osservare questa estate. Purtroppo la ricerca dà risultato nullo, mi devo accontentare delle mille foto che ho scattato e delle infinite immagini che conservo gelosamente nella mia mente. Ricordo ancora il mio primo pensiero dopo esser scesa dall’aereo: “Ma chi me l’ha fatto fare? Perchè andare in mezzo a questa gente che urla, che litiga per portarmi le valigie, che cerca di convincermi a prendere il suo taxi, che vuole lucidarmi le mie scarpe da tennis di tela o vendermi qualsiasi cosa?”. Poi i frati ci caricano sulle jeep e ci portano in un luogo tranquillo e silenzioso quale è Djiri. Solo che arriviamo che è sera, e la sera africana è buia...tanto buia, per cui continuo a non capire dove mi trovo. Il sole sorge, ci si sveglia poco dopo (se riesci ad ignorare il canto del gallo) e vedo le colline attorno al convento, le donne e i bambini che lentamente giungono a piedi al “pozzo” per riempire d’acqua le taniche da 25 litri e ancora più lentamente ritornano a casa. Cerco le loro case e tra il verde delle colline, andando con lo sguardo verso la strada principale, vedo tante piccole casette di latta argentata, in pochi posso permettersi quella di mattoni. E’ là che vivono, è quello il loro rifugio nella stagione delle piogge.
Il giorno dopo il nostro arrivo, i frati ci portano da Mama Honorine, a Massengo, periferia di Brazzaville. Lungo il tragitto, passiamo a fianco al cimitero, rappresentato da una sconfinata distesa di nostre piastrelle del bagno e che loro utilizzano per fare le lapidi, e incominciamo a intravedere e udire il caos e il continuo schiamazzare della vita di città. Cerco tra la gente che cammina a piedi al lato della strada volti bianchi, ma realizzo quasi subito che non ne troverò. Ora sono io in minoranza, sono io la persone che ha un colore di pelle strano, quella che se passa per strada guarderanno tutti indicandomi. Non è una sensazione piacevole avere sempre tutti gli occhi addosso, ma poi ripenso che loro, quando sono venuti in Occidente, non si sono trovati solo gli occhi addosso....e allora sto zitta e subisco in silenzio quegli sguardi scrutatori. Non smetto di essere scrutata neanche quando arrivo a casa di Mama Honorine, una casa di mattoni con un alto muro di cinta che la isola dall’esterno. I ragazzi ci guardano con una curiosità inversamente proporzionale all’età: più sono piccoli più sono curiosi, ma allo stesso tempo intimoriti da questa diversità. Ma quando vedono che i grandi ci accolgono come se nulla fosse, anche loro ci si avvicinano.

L’accoglienza mi spiazza, la prima frase che ci dicono, dopo le presentazioni è: “Italie Champion du Monde! Tu connais Materazzi?” e imitano la famosa testata di Zidane a Materazzi. E’ sicuro, anche loro hanno visto la partita....600 km sotto l’equatore, dentro una casetta di mattoni 15 ragazzi hanno guardato la finale della Coppa del Mondo di calcio. Mentre io piango la loro miseria, loro vivono di quello che c’è, dell’essenziale. Vorrebbero di più...sono ragazzi, ma non c’è e se non riescono a costruirselo, fanno senza.
Con questi ragazzi e con Mama Honorine ho condiviso la quotidianità della loro vita familiare: insieme si preparava da mangiare, si cucinava, coi piccoli si giocava e si disegnava finalmente con dei pennarelli e di tanti colori, coi grandi si giocava a frisbee o a biliardino e si parlava, mentre le ragazze accarezzavano finalmente dei capelli lisci come la seta. All’inizio è stato difficile per me adeguarmi ai loro ritmi, troppo lenti per una frenetica come me, ma piano piano mi sono adeguata e alla fine ne ho capito l’essenza.
Vivendo, anche se per appena una settimana, con loro mi sono accorta che fra le mille qualità che caratterizzano ciascun ragazzo, ce n’è uno che li accomuna tutti: la fantasia. Quella che fin da piccoli anima i bambini a costruirsi le macchinine con i bastoncini di legno o con la latta delle scatole vuote di pelati, quella che trasforma la scatoletta di sardine vuota nel divano della casa delle bambole, vestite con splendidi abiti da collezione ottenuti dagli avanzi delle stoffe della mamma sarta, quella che fa diventare i tappi di plastica delle bottiglie i giocatori e la pila scarica il portiere di una squadra di subbuteo, quella che modifica una vecchia asse di legno in una scacchiera per giocare a dama con i tappi della coca-cola come pedine di una squadra e quelli della birra per l'altra. Quella stessa fantasia che dona agli adulti energie e capacità di inventarsi sopravvivenza. Già perchè per noi Mama Honorine, a causa della poliomelite, sarebbe una donna bisognosa d'aiuto, ma in Africa diventa una persona in grado di dare aiuto ai 15 ragazzi di strada che di volta in volta le hanno affidato i frati, e che lei ha trasformato in una famiglia. Non è stato facile per lei trovarsi a dover gestire questi ragazzi già adolescenti che hanno vissuto per un determinato periodo per strada, secondo le regole della strada. Lei ce l'ha fatta, grazie alla sua forza, grazie all'aiuto e al sostegno che le hanno sempre dimostrato i frati. L'Africa è ricca di tante Mama Honorine, bisogna solo dar loro la possibilità di mostrare a noi come è possibile cambiare il destino di quei ragazzi di strada che in strada non ci vogliono vivere.
Cristina Tugnoli
Papua Nuova Guinea 2007 Dal diario di fr. Guido Ravaglia
Un panorama dalla Papua Nuova Guinea
Vorrei rendervi partecipi del viaggio che assieme al Ministro Provinciale p. Bruno Bartolini ho compiuto in Papua Nuova Guinea per fare visita a p. Leone in prossimità del suo novantesimo compleanno (1° gennaio 2008) e a p. Gianni, che da qualche anno vivono insieme nel villaggio per disabili “Padre Antonino” ad Aitape. La Papua Nuova Guinea è entrata negli orizzonti dei frati della nostra Provincia dal 1952, quando i primi frati italiani, tutti espulsi dalla Cina popolare, si resero disponibili ad aiutare i frati australiani nel distretto di Aitape. Il radicamento dei nostri confratelli in questa terra è testimoniato anche dal fatto che p. Egidio Amorotti (†1958), p. Antonino Magnani (†1976) e p. Gaetano Orlandi (†2004) riposano nei luoghi della loro missione. Vi è un legame non solo di affetto, ma creato dallo Spirito di Dio: prima di partire ho considerato la visita a p. Leone carica di un particolare significato; si trattava di ripercorrere una vicenda umana di alcuni frati in cui è scritta una pagina, seppur breve, 
della storia della salvezza per la gente della Papua Nuova Guinea. Attraversando mezzo globo terrestre ci si trova catapultati in un mondo e una mentalità completamente diversi dai nostri: i tempi sono dilatati e anche le azioni quotidiane più semplici possono portare via molte più energie e più tempo di quelli preventivati. Ai nostri occhi le condizioni della maggior parte della popolazione sono umili e il lavoro da fare per innalzare il livello di vita è grande. Mi sono ritrovato così nell’abitazione di p. Leone e p. Gianni all’interno del villaggio “Padre Antonino”.
P. Leone non solo sta per compiere 90 anni, ma ne ha compiuti 60 di vita missionaria, 5 in Cina e 55 in Papua Nuova Guinea, di questi ben 41 come parroco a Pes, mentre dal 1976, anno della morte di p. Antonino, è anche responsabile del villaggio per lebbrosi prima e per disabili oggi. Fa parte di quella generazione di missionari che hanno saputo unire al ministero tipicamente sacerdotale, competenze tra le più disparate: maestro, infermiere, ostetrico e ingegnere nei vari rami; dai suoi racconti emerge che in varie occasioni è stato in pericolo di morte, ma sempre si è salvato; la veneranda età che ha raggiunto sembra suggerire che aveva una missione da compiere. L’ascolto del suo vissuto molto intenso fa comprendere che quello che è stato non tornerà più: la figura del missionario che ha incarnato p. Leone, dotata di carisma e alla quale era riconosciuta grande autorità, purtroppo oggi non è più contemplata.  Mi viene spontaneo pensare che p. Gianni si propone come amico, anche grazie alla sua affabilità, ma non può chiedere quei servizi che a p. Leone nessuno negava, anche perché nel frattempo sono subentrate le figure locali degli amministratori e dei politici, che, per l’impressione che ne ho ricevuto e dalle voci ascoltate, mi sono sembrati piuttosto assenti e non intenzionati a farsi pienamente carico di situazioni che andrebbero affrontate in modo energico e tempestivo. Anche se le opinioni a volte li dividono, p. Leone e p. Gianni sono accomunati dall’idea chiara di promuovere le potenzialità umane dell’altro senza badare a spese in quanto a generosità o a fatica ed entrambi sono ingegnosi nel trovare i modi per superare le barriere che separano.
L’apertura e l’accoglienza ai piccoli che Gianni sente in modo particolare si tocca con mano attraverso la presenza di Watei nella casa dove vivono. Watei è un diversamente abile che, colpito da meningite intorno ai 5 anni, fu abbandonato dalla famiglia nella foresta e ha vissuto in modo semiselvaggio per una ventina d’anni, fino a quando fu trovato da p. Gianni e accolto dai frati: in convento è stato rieducato a un comportamento di convivenza civile a partire dal linguaggio e dal sapersi autogestire nelle minime cose. Ora continua a far esercitare la pazienza sia a p. Leone, che non lo capisce fino in fondo, sia a p. Gianni che sembra prenderlo in ridere, ma che poi riprende le cose che ha fatto, gliele spiega e cerca di fargliele rifare per bene. Ho ammirato p. Leone che nella sua vecchiaia ha accettato di essere disturbato da questa presenza un po’ “scapestrata” e sappiamo che per una persona anziana le abitudini e la routine danno tranquillità. Ho apprezzato p. Gianni che riesce ad accudire Watei, a sbrigare la posta elettronica in mezzo alle interruzioni della corrente elettrica, a far fronte alle richieste dei questuanti sempre numerosi alla porta, ad interessarsi alle compere e ai conti e fra le altre cose a fare l’animatore vocazionale verso giovani che si trovano anche a migliaia di chilometri di distanza, senza nemmeno conoscere l’indirizzo.
Ripensando all’esperienza in Papua Nuova Guinea nasce spontaneo il paragone sul ritmo di vita che abbiamo qui: noi lo sentiamo frenetico e sempre più pesante, ma non ci rendiamo conto di quanti strumenti e quante possibilità abbiamo e che ormai diamo per scontate, Gianni, invece, non solo deve conquistarsi le possibilità giorno per giorno e stare al ritmo dei nativo, ma deve anche “ingranare una marcia superiore” e passare al nostro ritmo con scadenze e date da rispettare.
Campus di Bomana (Port Moresby)
Alla periferia occidentale di Port Moresby (capitale della Papua Nuova Guinea) in un territorio ondulato, punteggiato da basse ma ripide colline, sorge un campus cattolico costituito da case di formazione per seminaristi, religiosi e religiose ed anche di scuole superiori gestite da suore. Fra le altre vi è anche la fraternità di formazione per i professi temporanei dei frati minori. P. Bruno ed io siamo loro ospiti per tre giorni. È l’occasione per guardare dall’interno la loro vita in un tempo particolare come quello degli esami per gli studenti di teologia. Nonostante il lungo ritardo del nostro volo, all’uscita dall’aeroporto abbiamo trovato fr. Alejo, originario delle Filippine, da alcuni anni missionario in Papua Nuova Guinea: benché sia il responsabile della comunità e dunque molto impegnato, è riuscito a venire di persona ad accoglierci.
La struttura si presenta come una modesta costruzione di colore grigio, col tetto in lamiera, costituita dal solo piano terra, costruito attorno ad un chiostro di forma quadrata: lungo i primi tre lati si trovano la cappella, la cucina, la sala comune, le camere e i servizi, il quarto lato si affaccia sullo spazio aperto; al mio sguardo la costruzione è decisamente francescana. Al centro del chiostro veglia una Madonna Immacolata. Riconosco l’ambiente per averlo già notato in alcune diapositive scattate in occasione della professione perpetua di alcuni frati. Attualmente vi risiedono, oltre a fr. Alejo e a p. Ugo (unico sacerdote della comunità), i professi temporanei della Provincia religiosa OFM della Papua Nuova Guinea, tutti studenti di teologia: Luca, Filippo, Marco, Alberto e Rodolfo.

L’accoglienza è stata fraterna e immediata. Si sono dimostrati tutti servizievoli e attenti alle nostre necessità. Ho potuto constatare una proprietà di comportamento nello stare insieme soprattutto per i pasti, che vengono preparati a turno da uno studente. Mi ha colpito il fatto che mi abbiano partecipato le loro esperienze tra la loro fraternità formativa e le altre del campus, segno di una certa vitalità e di una cura particolare riservata alle relazioni comunitarie: come esempio ricordo che il 3 ottobre, in occasione del transito del Padre San Francesco, la celebrazione si tiene nel chiostro e lì sono invitate tutte le altre comunità religiose maschili e femminili. Ho visto anche delle immagini in cui risaltava la gioia di ritrovarsi e l’età giovane dei convenuti.
Alla fraternità formativa di Bomana è stato destinato fr. Sebastian, che dopo gli anni trascorsi a perfezionarsi negli studi a Roma, adesso si appresta a ritornare in patria come educatore e docente di filosofia.
Un´accoglienza in fiore
Il villaggio di Paup si trova lungo il mare di Bismark a una trentina di chilometri circa a levante di Aitape e non è mai stato così importante da vedersi riconosciuta la sede di una chiesa parrocchiale; pertanto i missionari si fermano lì solo nei ritagli di tempo. In anni recenti p. Sebastian, prima di venire in Italia per studio, ha dedicato parte del suo tempo a questa gente e li ha educati a mettere mano ai lavori per un punto di primo soccorso e per rifare le aule scolastiche.
In occasione della sua permanenza a Bologna ci chiese se potevamo dare un contributo per l’acquisto di materiali da costruzione; noi accettammo la proposta e durante il viaggio abbiamo avuto la soddisfazione di sostare in questa località vedendo coi nostri occhi quanto è stato realizzato. A dir la verità  le mie aspettative sono state superate sia per il calore dell’accoglienza sia per il modo in cui sono stati eseguiti i lavori grazie anche al contributo attivo della popolazione locale: qualcuno ha messo a disposizione una porzione di bosco per ricavare il legname, altri hanno abbattuto gli alberi e hanno provveduto al trasporto, infine carpentieri locali hanno costruito l’edificio costituito da due aule scolastiche e dall’ufficio. Il tutto gratuitamente.
Scesi dalla nostra autovettura ci siamo trovati all’inizio di un percorso che conduceva al centro del villaggio, segnato da festoni e da addobbi floreali; alcune bambine della scuola ci hanno offerto una ghirlanda di fiori, mentre altri gettavano petali colorati al nostro passaggio. Giunti al luogo stabilito, ci hanno fatto accomodare sotto un gazebo naturale per rivolgerci i saluti ufficiali e soprattutto i ringraziamenti per il contributo che avevamo dato e che ha consentito l’acquisto dei serbatoi per l’acqua piovana, del tetto in lamiera, dei materiali di copertura delle pareti esterne, dei sostegni in cemento per le pavimentazioni e tutto quanto era necessario e non reperibile in loco.
Abbiano assistito al canto dell’inno nazionale e all’alzabandiera alla presenza dell’intero villaggio. Il momento finale è stato caratterizzato dall’offerta di un rinfresco a base di frutta locale e dolcetti al cocco appena sfornati e dal saluto personale di ogni bambino e di molti adulti che hanno manifestato così la loro riconoscenza. Siamo quindi risaliti in auto carichi di cinque scatoloni di frutta come dolce ricordo del villaggio. Spero che la gioia di questa esperienza si trasmetta anche ai lettori e ai benefattori che hanno reso possibile il nostro aiuto.
Saluto finale
21 agosto 2007
Carissima, o,
ti informo che nella mattinata di domenica 19 agosto - unitamente a p. Bruno Bartolini - sono rientrato a Bologna dal viaggio in Papua Nuova Guinea dove ho avuto la gioia di riabbracciare p. Leone Leoni, che si appresta a compiere 90 anni di età e 60 di vita missionaria, e p. Gianni.
Nel viaggio di andata ho fatto tappa a Port Moresby (la capitale della Papua Nuova Guinea) dove siamo stati ospiti della fraternità di Bomana che accoglie i giovani frati che studiano prima di diventare sacerdoti, poi a Wewak. Qui eravamo attesi da p. Gianni che il giorno seguente ci ha condotti in auto ad Aitape (150 km di strada non asfaltata e con un numero di ponti minore rispetto a quello dei fiumi da attraversare).
Ad Aitape abbiamo trascorso una settimana con p. Leone che abbiamo trovato su di morale nonostante i molti acciacchi e malanni che ormai lo affliggono rendendogli quasi impossibile la deambulazione.  Naturalmente abbiamo incontrato altri frati e alcuni collaboratori del Centro p. Antonino; nei giorni della nostra presenza era in corso un corso di formazione residenziale per volontari a servizio di persone disabili residenti nei diversi villaggi della “Sundaun Province”. Naturalmente è sempre stato p. Gianni ad accompagnarci in auto ora qui ora là, non sono mancati momenti di avventura come quando una sera sotto la pioggia, lungo la salitella di una strada sterrata che porta al convento di sant’Anna, la nostra auto per cercare di disincagliare un’autovettura è rimasta a sua volta impantanata…, ma ci sono stati anche i momenti di festa, come sabato 11 quando ci siamo recati dalle Sorelle Clarisse in occasione della festa di santa Chiara (la loro fraternità è ora costituita da sei suore australiane o irlandesi e tre native, in più un’altra ragazza di Aitape sta per entrare in noviziato) o domenica 12 agosto quando ci siamo recati a Pes dove p. Leone ha celebrato la santa messa in quella chiesa che lo aveva visto parroco per ben 42 anni e poi ha ricevuto l’omaggio, gli abbracci di tanta gente e tanti doni in natura.
Il viaggio di ritorno ci ha visti ricevere un inaspettato ringraziamento dalla gente del villaggio di Paup, dove a motivo di un aiuto dato per la costruzione di due aule scolastiche, i bambini e gli adulti ci hanno accolto con ghirlande di fiori, discorsi, e degli ottimi dolcetti alla noce di cocco. Arrivati a Wewak non poteva mancare una visita al mercato della città per comprare i prodotti dell’artigianato locale ad uso delle bancarelle missionarie da allestire nei prossimi mesi. In ogni nostra tappa siamo sempre stati accompagnati da tanta attenzione da parte dei frati, di religiose o di altri sacerdoti che ci hanno accolto e ospitato nelle loro case. Ultimi in ordine di tempo, ma non nelle premure i frati della fraternità S. Damiano di Singapore che nelle 48 ore della nostra sosta ci hanno prevenuto in ogni nostra richiesta e in ogni nostro possibile desiderio di visita alla loro città.
Condivido con voi un’immagine:
- di p. Leone: di solito le persone vecchie e malate sentono molto i loro problemi di salute, per p. Leone, invece, la medicina più efficace sembra quella di continuare ad interessarsi dei problemi degli altri e di cercare di dare loro una mano. Di lui si dice che ha fatto molte cose in grande, non guardando a spese; ora la sua proverbiale generosità è messa alla prova perché non deve prendersela con i molti che avendo ricevuto da lui, materialmente e moralmente, continuano a chiedere senza mostrare riconoscenza;
- di p. Gianni ricorderò la grande pazienza che lo sostiene nell’educare Watei (un adulto di circa 40 anni che colpito da meningite durante l’infanzia rimase menomato e a seguito di questo fu abbandonato nel bosco dai suoi; dopo anni di vita “quasi selvaggia” fu incontrato da p. Gianni che assieme ad altri frati lo accolse in casa). Egli comprende le cose solo parzialmente e molto lentamente agisce in conseguenza a quanto ha imparato. Il rapporto che p. Gianni ha con lui è tale che gli consente di riconoscere i progressi che Watei compie nel sapersi gestire, questo tirocinio lo introduce a non perdersi d’animo nei molti impegni a cui deve attendere. P. Gianni quando è stanco si riposa dedicandosi ai bambini del Villaggio p. Antonino; ritrova così la capacità di ascoltare e di mantenere il sorriso anche se deve opporre un rifiuto alla richiesta che qualcuno gli fa.
Grazie per avermi seguito in questo viaggio.
fr. Guido Ravaglia
Papua Nuova Guinea 2004 Dal diario di fr. Guido Ravaglia
13 Agosto 2004
Primo mattino: atterriamo a Port Moresby che è ancora buio, sbrigate le lunghe pratiche doganali, ci ritroviamo al di fuori dell’aeroporto, uomini dall’aspetto alienato si aggirano come automi: lo stesso modo di vestire, gli stessi atteggiamenti, lo stesso sguardo perso dei barboni delle nostre stazioni e dei nostri aeroporti. Il cartellone davanti all’aeroporto ci informa di fare attenzione alla possibile infezione di AIDS. Nel pomeriggio, incredibile: nemmeno in Svizzera succede che il volo decolli con un quarto d’ora di anticipo e arrivi a Wewak trenta minuti prima del previsto così che Gianni, indaffarato a preparare la cena non sente l’aereo e arriva quando ormai noi siamo ormai stati raccolti dalla macchina dell’Esercito della Salvezza, che con diligente premura ci accompagna alla cattedrale cattolica. Lì ci recupera p. Gianni che è sceso col “carro” da Nuku: pernottiamo in una casa dei Fatebenefratelli in riva all’oceano cullati dalla risacca delle onde.
Grazie, Signore di averci condotti sani e salvi fino a qui.
14 Agosto 2004
Al mattino lasciamo Wewak per dirigerci ad Aitape.
Gianni, quanti chilometri sono?
Noi andiamo ad ore: saranno circa 5, dipende se riusciamo a guadare subito i fiumi.
 La sua guida è sicura, mantiene una pressione costante sull’acceleratore nonostante il fondo diseguale. La strada corre tra il mare e le prime colline, coperte dal bush, la fitta boscaglia equatoriale: riascolto i rumori della foresta, riassaporo profumi e mi emoziono davanti all’intensità dei colori.
Arriviamo al Villaggio p. Antonino, verso le ore 16, riabbraccio nel luogo in cui l’avevo salutato 28 anni fa p. Leone. Lo trovo abbastanza in forma e molto attento alla nostra sistemazione. Ci rilassiamo.
Che il Signore conservi in salute e con la capacità di prendersi cura dei fedeli ogni missionario chiamato ad annunciare il Vangelo e a testimoniare la vita nuova che da questo proviene.
15 Agosto 2004
S. Messa nella cappella ore 7,30 sono presenti suore e fedeli. Nel pomeriggio p. Gianni ci accompagna ad Aitape e ci mostra le strutture della missione: il centro di catechesi, la scuola secondaria, la cattedrale, la casa dove vivono i postulanti che ci offrono un cocco appena raccolto e poi saliamo al cimitero dove sono sepolti i missionari. Una preghiera sulla tomba di p. Antonino: se mi trovo qui in Papua lo devo anche a lui, che a suo tempo mi invitò a venirlo a trovare.
17 e 18 Agosto 2004
Ci spostiamo in barca e visitiamo i luoghi colpiti dal maremoto del ’98, in particolare i villaggi sulla laguna di Sissano. E’ difficile calarsi nei problemi dei sopravvissuti perché tutto intorno a me è nuovo: l’acqua ha  spazzato via i loro villaggi e ha strappato loro gli affetti più cari. Una parte di loro si è trasferita all’interno costruendo ex novo i villaggi, visitiamo la Scuola secondaria“Fiore della Solidarietà Mariele Ventre” e i luoghi dove dovrebbero sorgere le nuove chiese parrocchiali.
Il sole picchia forte, è mezzogiorno e mezzo. Un gruppo di donne ci vengono incontro danzando e cantando, ci offrono collane di fiori e ci dipingono il volto e poi ci accompagnano a passo di processione in un luogo imprecisato. La sera uno per volta o a gruppetti hanno portato il necessario per la cena: chi le posate, chi lo zucchero e le bustine del tè, chi il riso, chi il pesce, qualcuno le banane e la papaia…Probabilmente per offrire a noi i piatti e le posate, loro hanno mangiato sulle foglie portandosi il cibo alla bocca con le mani.
Riconosco, Signore la tua provvidenza, dona pace e speranza a questa gente affinché possa costruirsi un futuro dignitoso e dona a noi la grazia di comprendere come aiutarli.
19 Agosto 2004
In mattinata s. Messa presso le Clarisse e, poiché devono dare il becchime alle galline che offrono uova a tutta la missione, posticipiamo la merenda e l’incontro fraterno con loro alle 10. Sono 6: 4 anglosassoni e 2 native. Il look è diverso dalle nostre, ma lo spirito è lo stesso. Concludo la mattinata francescana incontrando il ministro Provinciale fr. Edoardo Armenta presso il convento di S. Anna; è un filippino molto cordiale capace di mettere a proprio agio.
Grazie o Signore di darmi anche qui la dimensione della Famiglia francescana nella sua complementarietà: i frati, le suore e l’ordine francescano secolare.
23 Agosto 2004
Mi congedo da p. Leone, augurandogli di vivere in pace il tempo che il Signore gli vorrà donare, soprattutto che le persone che lui ha beneficato e che vivono nel villaggio non pretendano troppi favori, né siano gelosi gli uni degli altri. Lasciamo  Aitape e in aereo attraversiamo i monti Torricelli atterrando ad Angugunak, dove ci attende p. Gaetano, che in auto ci porta alla sua stazione di Puang. Siamo all’interno, in montagna, in un luogo isolato. Il ritmo della vita è molto più lento che sulla costa. P. Gaetano parla delle sue fatiche non solo fisiche per cercare di educare al lavoro questa gente. Da qualche tempo ha acquistato una trebbiatrice per il riso e sta cercando di coinvolgere in questo lavoro alcuni uomini. Si propone di portarli all’autonomia di un raccolto di riso sufficiente per ogni villaggio a cui destinerebbe una trebbiatrice. Sarebbe veramente un traguardo importante in un’area dove non si conosce il commercio e dove le comunicazioni sono molto difficili.
Fa’ o Signore che questi uomini riconoscano nel lavoro un mezzo per acquisire indipendenza e dignità, mettendosi gli uni al servizio degli altri.
fr. Guido Ravaglia
Giappone 2009 Lettera di Chiara
Takada, 14 novembre 2009
Ohayo gozaimasu P. Guido, tutto bene?
L’inverno è alle porte e dopo 3 anni e 5 mesi passati in questa bella  terra del sol levante, nella chiesa di Takada con P. Mario, P. Hubert e tutti i loro collaboratori, la mia avventura, primo episodio, sta arrivando agli sgoccioli.
E’ stata un’esperienza forte, profonda a contatto con realtà locali tramite le quali sono riuscita ad assaporare e approfondire quest’interessante cultura, nei suoi vari aspetti: sociali, psicologici, religiosi, e culturali.
Ho dato nel mio piccolo, ma ho ricevuto il doppio, sono veramente grata appunto a lei, a p. Mario e a P. Huberto e a tutte le persone che ho incontrato e stretto rapporti umani per avermi dato fiducia e avermi dato questa fantastica opportunità.
Arigato gozaimashita!!
P.S. Farò qualche viaggetto nel sud e poi quando approdo alla nostra terra emiliana verrò a salutarvi tutti-e.
Tanti saluti, grazie ancora e un abbraccio!
Chiara M.
Giappone 2007 Lettera di Chiara
Takada, 6 agosto 2007
Caro p. Guido,
le scrivo dal caldo torrido e afoso che colpisce sempre il Giappone dopo la stagione delle piogge; quest'anno c'è stato anche il terribile terremoto a Kashiwazaki, non lontano da noi. Con altri due volontari dalla nostra chiesa ci siamo recati sul posto per aiutare le vittime del terremoto, accampate in varie scuole elementari. In quest'occasione abbiamo aiutato a distribuire il pranzo, tutto ben organizzato con i militari che trasportavano i pasti e le offerte arrivate da tutto il Giappone. Tante sono state le famiglie, specialmente con mamme filippine, che hanno perso la casa e che chiedono aiuto qui alla nostra chiesa.
Ringrazio tanto il Signore che mi ha fatto la grazia d'avere mia madre per circa un mese; ha potuto così fare esperienza in prima persona della vita che conduco qui alla chiesa di Takada. È stata con me alla casa di riposo, dove di mattina vado per aiutare a dare da mangiare all'anziana suora Clarissa Watanabe-san.
I nostri due asili sono sempre molto attivi e pieni di allegria. Una volta alla settimana insegno inglesi ai bimbi di 5 anni della scuola materna Tenshi (Angeli) e varie volte alla settimana vado ad assistere Ken, un bambino molto intelligente e vivace al Maria En (Santa Maria), l'altro asilo. Ha fatto un po' fatica ad adattarsi alla vita di gruppo dell'asilo, ma grazie all'appoggio delle maestre, dei suoi compagni e delle mie brevi visite si sta integrando e si sta abituando sempre più senza fare tante bizze come alcuni mesi fa.
Continuo a fare visita a Yoichi-san tutte le settimane, a volte anche due volte se riesco; è un ragazzo di 27 anni che si è ritirato dalla società da 3 anni. Sono i cosiddetti HIKIKOMORI: in pratica sono prigionieri nella loro stessa casa, escono a
volte, e solo alcuni, di notte per evitare ogni contatto umano. Le cause sono varie ma ancora non ben delineate, spesso c'è un rapporto conflittuale con uno dei genitori, o una delusione amorosa, o uno screzio... C'è ancora molto bullismo e spesso questo è causa del rifiuto della società. Questo ragazzo è molto intelligente, ha viaggiato anche in Italia e in Africa verso i 22-23 anni, poi il ritiro completo. Io ormai sono abituata a parlare a vuoto, so che lui mi ascolta dal di sotto dei suoi asciugamani che usa come barriera... Io non mi sento più a disagio come le prime volte e, anche grazie al fatto che sua madre è sempre presente, sono visite piuttosto piacevoli per me. Spero che lo siano anche per lui, certo che, non parlando con nessuno, nemmeno con la madre, le mie sono tutte supposizioni e l'unica via d'uscita è la preghiera e la perseveranza.
Sono arrivati altri volontari qui in chiesa: Michael, 22 anni, filippino e Ala, 31 anni, lituana, infermiera e campionessa di karate!! Cerchiamo tutti di fare del nostro meglio per lavorare nella vigna del Signore, nonostante le diversità d'opinione e di vita.
Ringrazio il Signore che ogni giorno mi assiste, mi aiuta e mi indica la via da percorrere.
Kami ni kansha! Lode e grazie a Dio!
Sayonara da Takada.
Chiara M.
Giappone 2005 Dal diario di fr. Guido Ravaglia
Fukuzumi Domenica 10 luglio, Santa messa ore 8:45. Anche qui, mentre i chierichetti sono mezzi addormentati e un po’ svogliati, la chierichetta, invece, non solo è puntuale, ma è precisa e organizzata, proprio come in Italia. È mai possibile che noi  maschietti anche in Giappone dobbiamo fare una brutta figura? Per fortuna che l’insieme dell’assemblea cristiana che celebra l’eucarestia prende esempio da lei e partecipa in modo attento e coinvolto; naturalmente tutti rispondono, cantano e nessuno si muove prima di aver concluso il canto finale per poi intrattenersi a scambiare i saluti e gli auguri di buona domenica.
Nagaoka Lunedì 11 luglio ore 12:30. Consumato in modo veloce il pranzo parto in auto con P. Bruno che deve recarsi a Niigata per l’incontro del Consiglio presbiterale. Percorriamo in autostrada i 50 e più chilometri che ci separano dalla capitale e qualche minuto prima delle 13:30 siamo in episcopio. Sono presentato a Mons. Tarcisio Kikuchi, il vescovo locale e poi mi ritiro. La riunione di consiglio inizia puntualmente come da agenda. Sono decisamente stupito dall’orario in cui sono stati convocati. Mi sento di affermare “saranno cattolici, ma poco romani”; in Trastevere tutte le riunioni delle Congregazioni, dei vicariati, ecc. finiscono al più tardi alle 14. Quale Prefetto di Congregazione romana potrebbe convocare il proprio Consiglio alle 13:30? Nemmeno il Card. Ratzinger, in tempi passati, ci ha mai provato!
Takada Mercoledì 13 luglio ore 19. Nella mansarda ricavata al secondo piano  delle opere parrocchiali di Takada c’è tanta animazione, e domando come mai. Mi viene risposto che sono arrivate due suore filippine: P. Lukas Horsting – olandese – guardiano del convento di Osaka –Kyoto ha accompagnato a Takada sr. Maria Teresita Bravo, consigliera provinciale e sr. Malù, superiora del convento di Kyoto, appartengono all’Istituto delle Suore Francescane dell’Immacolata Concezione che conta circa 250 religiose di nazionalità filippina. Hanno fatto sapere che entro l’anno venturo saranno presenti in Takada con tre religiose per l’assistenza alle donne filippine qui emigrate e la notizia suscita la gioia di tutti, in particolare delle donne e dei frati. La loro visita ha mosso le donne filippine a organizzare la cena in comune all’impiedi con cucina giapponese, filippina, spagnola, inglese, italiana… il tutto servito con bastoncini. Si respira un’aria cattolica, cioè universale, con bambini che giocano sotto i tavoli, insegnanti scozzesi che parlano spagnolo. Io cerco di dire chi sono alle suore filippine in inglese e scopro che una di loro è direttrice di una scuola con 300 studenti…siamo colleghi. Peccato che non ci fossero le nostre collaboratrici filippine dell’infermeria: la Zenaide, la Mila, la Giuseppina…ecco dove ho già gustato questo cibo, in occasione delle feste dei nostri frati anziani preparate dal gruppo delle colf filippine.
Itoigawa Venerdì  15 luglio. All’asilo, mentre gli altri bimbi giocano, uno di loro si allontana dal gruppo per raccogliersi in preghiera davanti a una Madonnina. Rimango sorpreso da questo atteggiamento che non mi sembra frequente nei nostri asili privati, tenuti da religiose. Noto che la maggior parte delle maestre non sono cristiane, ma poiché l’asilo è della Chiesa Cattolica, per il regolamento del Ministero dell’Istruzione sono tenute a insegnare le preghiere cristiane, per cui sia i bimbi che le maestre, pur non essendo battezzati, sanno perfettamente farsi il segno della croce, recitare il Padre Nostro e l’Ave Maria…c’è da scommettere che lo conoscono meglio loro dei nostri bambini che devono iniziare il catechismo.
Kashiwasaki Lunedì 18 luglio. Sono sorpreso dall’usanza di seppellire in cimieri privi di mura o barriere, all’incrocio di una via cittadina, lungo la ferrovia o in aperta campagna o in mezzo a giardini e orti privati senza alcuna recinzione o muro. Quelli buddisti hanno cippi in marmo scuro che dà un effetto serioso; naturalmente portano scolpite sul marmo delle scritte. I resti mortali sono custoditi sotto forma di ceneri all’interno di un apposito vano chiuso da un “mattoncino rimovibile” dello stesso materiale del cippo. Nei cimiteri più grandi sono presenti piccoli templi. Anche quelli cattolici custodiscono i resti mortali nello stesso modo, è però presente un grande crocifisso in pietra e un altare per l’eucarestia. Solo di recente si va introducendo il medaglione funebre con l’immagine del defunto. In Giappone la commemorazione dei defunti cade il 13 di agosto, in occasione della quale i fedeli si recano al cimitero per la celebrazione della Santa Messa.
fr. Guido Ravaglia
Lettera di Chiara dal Giappone 2006
Caro p. Guido e comunità, un saluto dal mare del Giappone dove mi trovo da 8 mesi. E’ una bella avventura iniziata grazie all’incontro con p. Mario Canducci in Italia in una delle sue fugaci visite. Sono arrivata con il visto provvisorio della durata di 1 anno. Ci ho messo un po’ per ambientarmi perché non avevo mai vissuto prima d’ora assumendo gli stessi ritmi di una comunità religiosa, ma essendo i frati francescani per natura accoglienti e simpatici, non è stato difficile. La mia giornata inizia alle 6.15 con la preghiera delle lodi e poi la santa messa assieme alle due suore filippine missionarie e a varie vecchiette di 70-80 anni arzille e piene di vitalità. Alle 8 vado alla casa di riposo degli anziani di fianco alla chiesa, dove aiuto una signora per la colazione. In questo periodo alla mattina aiuto p. Mario a fare uno spoglio nel suo ufficio di tutte quelle carte e documenti accumulati in 20 anni d’attività e in generale sono a disposizione per lavori qui in parrocchia. Insegno inglese all’asilo Tenshi ai bambini dai 3 ai 6 anni, al momento ci stiamo preparando per il festival della musica in cui canteremo canzoni inglesi e italiane. Al sabato con p. Mario andiamo a visitare e a portare l’eucarestia a dei disabili in una struttura lontana dalla città... la mentalità della gente verso i disabili sta lentamente cambiando, ma la strada è ancora lunga. Vado anche a fare qualche visita da sola, visto che a grandi linee riesco ad esprimermi in giapponese, mi reco a trovare un signore cieco e una signora disabile. Due volte alla settimana insegno italiano: la nostra bella cultura e tradizione (soprattutto culinaria) è molto apprezzata qui in Giappone, infatti due dei miei studenti sono cuochi eccellenti! La scorsa settimana sono stata ad un ritiro di preghiera e spiritualità in montagna tra metri e metri di bellissima neve! Mi ritengo molto fortunata e grata a Dio (e a p. Mario) per avere avuto questa possibilità di vivere in questo interessante paese dell’Estremo Oriente presso una accogliente comunità francescana
Un caro saluto a tutti
Chiara M.
Abbracciamo con coraggio e tenerezza gli esclusi di oggi 2006
Carissimo fr. Guido,
vorrei raccontarti ricordi ed emozioni suscitate in me dalla partecipazione al II Congresso Internazionale di Giustizia, Pace e Integrità del Creato, svoltosi a Uberlandia, città dello stato Minas Gerais del Brasile, dal 29 gennaio all'8 febbraio 2006. Eravamo un centinaio di frati di oltre 40 paesi, rappresentanti la gran parte delle province dell'Ordine. Abbiamo saputo superare ostacoli costituiti da lingue, culture ed esperienze diverse, così ci siamo accolti ed abbiamo goduto di vera fraternità, cardine della nostra vocazione francescana. L'Università di Uberlandia ha messo a nostra disposizione l'Auditorium e le aule per i nove gruppi che ogni giorno si costituivano: segno visibile della importanza attribuita dagli organismi ufficiali di questa città al nostro Congresso. Il vice rettore dell'Università, il rappresentante del sindaco, un deputato del parlamento di Minas Gerais hanno espresso il loro saluto dichiarandosi esplicitamente concordi con la necessità di abbracciare nel nome di San Francesco i lebbrosi di oggi.
Due universitari, ai quali non bastavano gli striscioni che informavano su questo convegno, mi hanno chiesto il perché della presenza di tanti frati; ed hanno dichiarato il loro sostegno a questa causa.
L'accompagnamento della preghiera e riflessione con rappresentazioni drammatiche, incomprensibili alla nostra rigida formalità, ambientate in quel contesto hanno suscitato vasta commozione: la donna incatenata e con la bocca coperta da una fascia viene liberata man mano  che l'assemblea chiede perdono e alla fine può proclamare la misericordia del Signore; la mamma in avanzato stato di gravidanza con una scritta sulla pancia che richiama la meraviglia della vita nuova che opera la Parola di Dio portata danzando al vescovo per la lettura liturgica; il lebbroso che suscita la ripugnanza e causa la fuga dei primi che lo scoprono, cui segue l'ironico schiamazzo di alcune ragazze, ma il frate che si imbatte in questa scena, dopo qualche esitazione, getta via il saio per poterlo abbracciare e si avvolge insieme al lebbroso nella bandiera dei “ semterra” (senza terra); madri che all'offertorio portano il pargoletto all'altare, quasi ripetendo la presentazione di Gesù al tempio.
Esperienza scioccante è stata la condivisione di due giorni con i semterra. Siamo stati dispersi in 9 località occupate da questi esclusi: ognuno è stato accolto in una famiglia, ospitato nella tenda, senza alcun privilegio. Sabato 4 febbraio, dopo due ore di sobbalzi nel pullman su strade di collegamento tra una “fazenda” e l'altra, siamo giunti a destinazione, accolti da fuochi d'artificio. Un capofamiglia,'Ndio', e suo figlio undicenne, Andrea, mi hanno invitato a seguirli. Visitata la loro tenda, con quattro pagliericci e una catasta di casse, suppongo per i vestiti, mi si fa deporre lo zaino su una brandina che sarà il mio letto. Intanto dalle tende vicine vengono a salutarmi tutti i parenti tra cui la nonna, che mi fa comprendere di avere 8 figli. Si cerca di intendersi con gesti; poi si nominano Baggio, Kaká, maccheroni, così si ride soddisfatti per la possibilità di comprendersi.
Per la cena ci si siede dove si può; naturalmente hanno preparato i maccheroni, nome generico della pasta italiana, infatti sono spaghetti. Alla sera si tiene l'assemblea in cui si presentano i soci di questa cooperativa di semterra. Ci informano che quando un terreno non è coltivato per due anni viene sequestrato dallo Stato e i semterra possono occuparlo. Avranno poi l'aiuto necessario per costruire la casa in muratura. A seguito della dimostrazione dei semterra il proprietario se la gode in una delle sue proprietà; qui non potrà certamente più tornare, ma non gli mancano palazzi e terreni in altre nazioni! In questo villaggio sono riusciti a portare l'acqua, non è certamente potabile, ma è buona risorsa per tante esigenze; in altri villaggi, come racconteranno gli altri frati, vi sono abitazioni in mattoni fornite di energia elettrica.
Al mattino, seduti davanti alla tenda, tutti i vicini ritornano per il buon giorno. Nella tarda mattinata ci si prepara per la celebrazione. Mentre i miei ospiti mi accompagnano all'appuntamento, lascio ad Andrea la pila che avevo portato con me, la biro e la bottiglia dell'acqua con la figura di San Francesco. Bastano piccole cose per dimostrare riconoscenza e rendere felici. Regali apprezzatissimi. Arriva il vescovo che si profonde in saluti a tutti; poi, quando giungono i frati ospitati negli altri villaggi, inizia la processione verso il luogo della celebrazione. Canti, tamburi, battimani ritmano la partecipazione alla Messa. Siamo dalla loro parte; la giusta rivendicazione dei loro diritti costruirà la vera pace. Ci sono tanti bambini che ridono, piangono, urlano, indicano così la loro presenza.
Il Congresso si è chiuso con la celebrazione dell'Eucaristia l'8 febbraio nel santuario di Nossa Senhora Apareçida. Il vescovo la lasciato presiedere la celebrazione al nostro Ministro Generale Fr. José Rodriguez Carballo, ma alla conclusione ha espresso il suo cordiale ringraziamento per la presenza dei frati nella sua diocesi: la chiesa non si può accontentare di predicare il Vangelo, vuole incarnarlo diventando chiesa dei poveri e per i poveri. Il saluto della pace è stato collocato alla fine della Messa: l'abbraccio con i numerosissimi fedeli è diventato augurio per i frati che partivano, ma anche impegno per tutti ad essere coraggiosi strumenti di pace. Dovunque e con tutti vogliamo compiere Na força e Ternura lo mesmo abraço. San Francesco, che ha iniziato a vivere vicino al Signore quando ha avuto il coraggio di abbracciare il lebbroso, ci insegna anche oggi ad andare incontro a chi è per vari motivi escluso ed emarginato.
fr. Bruno Monfardini
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